Diabete di tipo 2 · Studio DiRECT

Diabete di tipo 2: il 46% in remissione a un anno, ma il dato più importante viene dopo

· B4E-022

DiRECT: remissione a un anno, perdita di peso e controlli nel tempo. Illustrazione concettuale.
Immagine concettuale generata con AI: richiama la fase iniziale e le abitudini nel tempo, senza riprodurre il protocollo o risultati clinici DiRECT.

C’è una parola che, quando si parla di diabete di tipo 2, mi pesa più delle altre: «ormai».

Ormai ho il diabete, ormai dovrò conviverci, ormai quello che potevo fare non l’ho fatto.

Una diagnosi è una cosa seria, ma trasformarla automaticamente in una sentenza immutabile è un’altra cosa.

Oggi abbiamo ricerche che ci obbligano a raccontare questa malattia con più precisione e speranza concreta.

Non sto parlando di miracoli, guarigioni garantite o farmaci da buttare nel cassetto.

Sto parlando di una parola che ormai appartiene alla ricerca scientifica sul diabete di tipo 2: la remissione.

E voglio partire da uno studio che dovrebbe costringere anche il mondo medico a prendere questa possibilità molto sul serio.

DiRECT: che cosa fecero davvero quelle persone

Lo studio DiRECT ha coinvolto persone con diabete di tipo 2 in 49 ambulatori di medicina generale del Regno Unito.

I partecipanti avevano tra 20 e 65 anni, erano in sovrappeso o con obesità, avevano ricevuto la diagnosi da meno di sei anni e non usavano insulina.

Il programma non consisteva semplicemente nel dire alle persone di «mangiare meglio».

Per alcuni mesi vennero utilizzati preparati nutrizionali completi per sostituire l’alimentazione abituale, con un apporto di circa 825–853 calorie al giorno. Assomiglia molto all’approccio che abbiamo nei nostri percorsi Be4Eat. anche per questo mi ha colpito.

Successivamente gli alimenti vennero reintrodotti gradualmente e iniziò una fase strutturata per mantenere il peso perso.

Anche la gestione dei farmaci faceva parte del protocollo ed era effettuata dai professionisti sanitari.

Era quindi un intervento clinico preciso, con persone selezionate, sostituzione iniziale dell’alimentazione e accompagnamento nel mantenimento del peso.

Quel 46% merita di essere capito bene

A dodici mesi, 68 persone su 149, cioè circa il 46% del gruppo sottoposto al programma, erano in remissione.

Nel gruppo che aveva continuato con le cure abituali, erano in remissione solo 6 persone su 149, circa il 4%.

Ah, per capire quel 46% serve una precisione: DiRECT considerava remissione una glicata sotto 6,5%, dopo almeno due mesi senza farmaci antidiabetici.

Cos’è la glicata? La glicata, o emoglobina glicata, è un esame che aiuta a capire la glicemia media degli ultimi due-tre mesi, non il valore dello zucchero nel sangue in un singolo momento.

Ma c’è un altro dato che, secondo me, racconta ancora meglio che cosa accadde.

Le percentuali per classi di peso perso furono calcolate mettendo insieme i partecipanti di entrambi i gruppi.

Vediamo:

– Tra chi aveva perso almeno 15 chili, la remissione riguardava l’86%.

– Tra chi aveva perso da 10 a meno di 15 chili, la remissione riguardava il 57%.

– Tra chi aveva perso da 5 a meno di 10 chili, la remissione riguardava il 34%.

Il risultato diventava quindi molto più frequente al crescere della perdita di peso.

Questo non significa che perdere un determinato numero di chili garantisca la remissione a chiunque.

Significa che nello studio esisteva una relazione molto forte tra peso perso e remissione.

E questa è una differenza enorme rispetto al pensare che il diabete di tipo 2 possa soltanto peggiorare nel tempo.

Ma remissione non significa guarigione

Nel 2021 un gruppo internazionale di esperti convocato dall’American Diabetes Association ha proposto una definizione condivisa di remissione del diabete di tipo 2.

Il criterio abitualmente proposto è una glicata inferiore al 6,5%, mantenuta per almeno tre mesi senza i normali farmaci utilizzati per abbassare la glicemia.

Questa definizione è successiva al primo DiRECT e usa quindi un criterio temporale diverso dai due mesi previsti nello studio che produsse il dato del 46%.

La parola scelta è remissione proprio perché quel risultato può durare oppure perdersi.

I controlli devono continuare anche quando i valori rientrano sotto la soglia diagnostica.

Questa distinzione non toglie forza alla notizia.

La rende semplicemente più vera.

Cinque anni dopo: qui la storia diventa ancora più interessante

Nel 2024 sono stati pubblicati i risultati del seguito di DiRECT a cinque anni.

Dopo il secondo anno, 95 persone del gruppo d’intervento entrarono nell’estensione con un sostegno più leggero per mantenere il peso.

Al quinto anno erano disponibili dati per 85 di loro e 11 persone, circa il 13%, risultavano in remissione alla rivalutazione.

Il 46% del primo anno e il 13% del quinto anno riguardano quindi gruppi diversi e non vanno letti come la semplice discesa percentuale delle stesse 149 persone.

C’è però un confronto più diretto sul mantenimento: tra le 48 persone dell’estensione che erano in remissione al secondo anno, 43 furono rivalutate al quinto.

Di quelle 43 persone, 11 risultavano in remissione alla rivalutazione del quinto anno, cioè circa il 26%, poco più di una su quattro.

Questo dato non dimostra che quelle persone siano rimaste in remissione senza interruzioni per tutti gli anni tra la seconda e la quinta valutazione.

Questi dati ci dicono che ottenere la remissione e mantenerla nel tempo sono due problemi diversi.

Perdere peso può essere difficile, ma mantenere il cambiamento può esserlo ancora di più.

La ricerca ci sta dicendo che non basta sapere che cosa fare per alcuni mesi.

Bisogna costruire qualcosa che riesca a sopravvivere a cene fuori, lavoro, famiglia, stanchezza e imprevisti.

Ed è qui che, per me, la discussione diventa molto più interessante della semplice parola «dieta».

Ma DiRECT non ci dice quale alimentazione scegliere per tutta la vita

DiRECT mostra con grande forza che una perdita di peso importante può portare alcune persone con diabete di tipo 2 alla remissione.

Non dimostra invece che sia necessario continuare per tutta la vita con preparati sostitutivi o con circa 850 calorie al giorno.

Quella era la fase iniziale di un programma specifico.

È dopo aver visto risultati e limiti di DiRECT che, per me, il collegamento con Be4Eat diventa utile: non per imitare quel protocollo clinico, ma perché mette in primo piano educazione e accompagnamento quando un cambiamento deve durare.

Nei percorsi Be4Eat il lavoro sulle abitudini alimentari comprende cucina, organizzazione quotidiana, materiali e supporto della Guida.

Le formule utilizzate in DiRECT appartenevano a quel protocollo clinico, quindi i risultati dello studio non si trasferiscono automaticamente ad altri sostituti del pasto o prodotti.

La domanda successiva diventa quindi inevitabile: una volta tornati a mangiare normalmente, che cosa mettiamo nel piatto?

E qui possiamo aprire un’altra ricerca.

Barnard studiò una strada completamente diversa

Nel 2006 Neal Barnard e i suoi colleghi divisero casualmente 99 persone con diabete di tipo 2 in due gruppi.

Un gruppo di 49 persone seguì un’alimentazione vegana, cioè senza prodotti di origine animale, povera di grassi, mentre 50 persone seguirono le indicazioni alimentari allora proposte dall’American Diabetes Association.

Dopo 22 settimane, il 43% del gruppo vegano aveva ridotto i farmaci per il diabete, rispetto al 26% del gruppo di confronto.

Guardando tutte le 99 persone assegnate ai due gruppi, la glicata diminuì in media di 0,96 punti nel gruppo vegano e di 0,56 punti nell’altro gruppo.

La differenza tra i due gruppi, in questa analisi principale, non raggiunse la soglia statistica convenzionale (p=0,089), quindi con quel campione non si poteva concludere con sufficiente sicurezza che i due gruppi fossero diversi sulla glicata.

I ricercatori guardarono poi il sottogruppo di persone che non aveva modificato i farmaci durante lo studio: 24 nel gruppo vegano e 33 nel gruppo di confronto.

In questo sottogruppo la glicata diminuì di 1,23 punti nel gruppo vegano e di 0,38 punti nell’altro gruppo, con una differenza statisticamente significativa (p=0,01).

Qui “statisticamente significativa” significa che la differenza superava la soglia convenzionale scelta dai ricercatori per considerare il risultato difficilmente compatibile con le sole oscillazioni casuali dei dati!

Il valore p non indica la probabilità che la dieta funzioni e non trasforma da solo un risultato statistico in una certezza clinica.

Un punto percentuale significa, per esempio, passare da una glicata dell’8,0% al 7,0%.

È un risultato interessante, ma riguarda un sottogruppo, non il confronto principale di tutte le 99 persone.

Inoltre, nello stesso sottogruppo con farmaci invariati, quando l’analisi teneva conto anche del peso perso, l’effetto attribuito al gruppo alimentare non risultava più statisticamente significativo (p=0,23).

Questo non dimostra che il peso spieghi certamente ogni beneficio né che l’alimentazione non abbia effetto; indica che, con quell’analisi e quel campione, non si può attribuire con sicurezza alla dieta un effetto sulla glicata indipendente dal peso perso.

Barnard non stava studiando la remissione come DiRECT.

Stava studiando soprattutto quanto cambiavano glicata, peso, grassi nel sangue e uso dei farmaci.

Sono quindi due studi diversi e sarebbe scorretto sommare i risultati come se avessero misurato la stessa cosa.

Ma messi uno accanto all’altro ci raccontano qualcosa di molto interessante:

– DiRECT mostra quanto possa contare una grande perdita di peso.

– Barnard mostra che un’alimentazione vegana povera di grassi può migliorare parametri importanti del diabete, ma i risultati sulla glicata vanno letti insieme al peso perso.

Sono due strade differenti che ci obbligano entrambe a prendere molto sul serio ciò che mangiamo ogni giorno.

Campbell aveva dedicato un intero capitolo proprio al diabete

Questo è anche uno dei motivi per cui torno volentieri a The China Study, senza però utilizzarlo come risposta automatica a qualsiasi argomento.

Nell’edizione aggiornata del libro, T. Colin Campbell e Thomas M. Campbell II dedicano al diabete l’intero capitolo 7, dalle pagine 161 a 172.

Campbell raccoglie lì studi che osservano il rapporto tra alimentazione e malattia in grandi gruppi di persone, insieme ad altre ricerche, per ragionare sul modello alimentare complessivo.

Il punto che trovo ancora attuale non è cercare il singolo alimento capace di risolvere il diabete.

È capire se continuare a discutere soltanto di zucchero, carboidrati o singoli nutrienti non rischi di farci perdere di vista il modello alimentare nel suo insieme.

Ed è proprio qui che il lavoro di Campbell incontra in modo interessante quello che studi clinici successivi come quello di Barnard hanno provato a verificare direttamente nelle persone.

The China Study non sostituisce questi studi clinici.

Ci aiuta invece a capire perché, molti anni fa, Campbell abbia insistito tanto sulla necessità di studiare seriamente il rapporto tra alimentazione vegetale e malattie croniche.

E per me questo collegamento ha anche un valore personale.

Una parte importante della storia di Be4Eat nasce proprio dal lavoro di divulgazione delle conoscenze portate al pubblico da T. Colin Campbell e dal rapporto costruito negli anni con lui e con il Center for Nutrition Studies.

Ma oggi questo blog deve fare un passo ulteriore.

Campbell rimane un riferimento importante, mentre accanto al suo lavoro dobbiamo continuare a leggere e raccontare Barnard, DiRECT, BROAD e le altre ricerche che aggiungono pezzi nuovi alla conoscenza.

E oggi il consenso internazionale parla apertamente di remissione

Nell’ottobre 2026 l’American Diabetes Association e l’European Association for the Study of Diabetes hanno pubblicato il nuovo consenso internazionale sulla gestione del diabete di tipo 2.

Il documento mette al centro alimentazione salutare, movimento, sonno, gestione del peso, sostegno psicologico e cure farmacologiche personalizzate.

Tra le raccomandazioni compare anche la possibilità di proporre interventi intensivi sullo stile di vita orientati a perdere almeno il 10% del peso, considerando esplicitamente la possibilità della remissione.

Questo non significa che esista una dieta identica per tutti.

Significa però che alimentazione e stile di vita non sono qualcosa da aggiungere in fondo alla conversazione dopo aver parlato di tutto il resto.

Sono una parte della gestione della malattia.

Dove entra l’alimentazione vegetale integrale

A questo punto possiamo mettere insieme i pezzi senza confonderli.

DiRECT ci mostra il rapporto tra una forte perdita di peso e la remissione in persone selezionate con diabete di tipo 2.

Barnard ci mostra risultati sul controllo della glicemia ottenuti con un’alimentazione vegana povera di grassi, con i limiti che abbiamo appena visto.

Campbell colloca da decenni il diabete dentro una lettura più ampia del rapporto tra alimentazione vegetale e malattie croniche.

Il consenso ADA/EASD del 2026 conferma che alimentazione, comportamento e peso sono componenti fondamentali della gestione contemporanea del diabete.

Nessuno di questi elementi, preso da solo, dimostra tutto.

Messi insieme, però, rendono sempre più difficile trattare ciò che mangiamo come una questione secondaria.

Ed è questa la parte che voglio continuare ad approfondire con Be4Eat.

Non mi interessa cercare una ricerca che dica che abbiamo ragione noi.

Mi interessa capire, ricerca dopo ricerca, quali risultati si confermano, quali strategie sono state realmente studiate e che cosa possiamo trasformare in conoscenza utile nella vita quotidiana.

Il problema vero arriva martedì sera

Puoi conoscere il 46% di DiRECT.

Puoi sapere che cosa è successo alle 99 persone dello studio di Barnard.

Puoi aver letto le pagine di Campbell.

Poi arriva martedì sera…

Hai lavorato tutto il giorno, devi preparare qualcosa da mangiare, magari gli altri in casa vogliono una cena diversa e tutta la teoria scientifica deve trasformarsi in qualcosa nel piatto.

È esattamente in questo spazio che io vedo il lavoro di Be4Eat.

Non nel sostituirsi al medico.

Non nel promettere una remissione.

Ma nel trasformare conoscenze che spesso rimangono dentro una pubblicazione scientifica in alimenti, cucina, organizzazione e abitudini quotidiane.

Una Guida Be4Eat lavora proprio su questa parte del percorso, accompagnando la persona nell’utilizzo dei materiali e nella costruzione di nuove abitudini, mentre le decisioni sanitarie rimangono ai professionisti che la seguono.

Se utilizzi farmaci per il diabete, cambiamenti alimentari importanti possono modificare rapidamente la glicemia e devono quindi essere coordinati con chi gestisce la tua terapia.

La parola «ormai» possiamo almeno rimetterla in discussione

DiRECT non dimostra che tutti possano arrivare alla remissione.

Barnard non dimostra che un’alimentazione vegana possa far sospendere i farmaci a tutti.

Campbell non trasforma un modello alimentare in una cura universale.

Il consenso non promette che un singolo intervento funzioni allo stesso modo per ogni persona.

Ma continuare a raccontare il diabete di tipo 2 come se alimentazione, peso e stile di vita potessero fare soltanto una piccola differenza non rende giustizia alle prove che abbiamo.

La ricerca oggi ci permette almeno di sostituire «ormai» con una domanda molto più utile: che cosa posso ancora cambiare?

Se vuoi approfondire il lavoro specifico sull’alimentazione vegetale nel diabete di tipo 2, puoi leggere anche l’approfondimento sullo studio di Barnard e quello dedicato alla definizione scientifica di remissione.

Se invece vuoi capire come trasformare queste informazioni in scelte quotidiane e conoscere i percorsi Be4Eat di 10 e 70 giorni, puoi scrivermi attraverso il modulo di contatto del sito.

Nel primo messaggio sono sufficienti i tuoi recapiti e la richiesta di informazioni, senza inserire diagnosi, farmaci o referti.

La richiesta arriverà a me e potrò indicarti come funzionano le attività, i materiali, l’accompagnamento della Guida e le condizioni del percorso da conoscere.

E se conosci qualcuno che continua a dire «ormai ho il diabete», mandagli questo articolo.

Non per promettergli che tutto cambierà.

Ma perché sappia che oggi abbiamo domande migliori da fare.

La ricerca e i riferimenti citati

Lean ME e colleghi. Primary care-led weight management for remission of type 2 diabetes (DiRECT): an open-label, cluster-randomised trial. The Lancet. 2018;391:541–551. DOI: 10.1016/S0140-6736(17)33102-1.

Lean ME e colleghi. 5-year follow-up of the randomised Diabetes Remission Clinical Trial (DiRECT) of continued support for weight loss maintenance in the UK: an extension study. The Lancet Diabetes & Endocrinology. 2024. DOI: 10.1016/S2213-8587(23)00385-6.

Riddle MC e colleghi. Consensus Report: Definition and Interpretation of Remission in Type 2 Diabetes. Diabetes Care. 2021;44:2438–2444. DOI: 10.2337/dci21-0034.

Barnard ND e colleghi. A low-fat vegan diet improves glycemic control and cardiovascular risk factors in a randomized clinical trial in individuals with type 2 diabetes. Diabetes Care. 2006;29:1777–1783. DOI: 10.2337/dc06-0606.

Campbell TC, Campbell TM II. The China Study – Edizione aggiornata. Macro Edizioni, 2019. Capitolo 7, “Diabete”, pp. 161–172.

Davies MJ e colleghi. Management of Type 2 Diabetes, 2026. A Consensus Report by the American Diabetes Association (ADA) and the European Association for the Study of Diabetes (EASD). Diabetes Care. 2026. DOI: 10.2337/dci26-0141.